Testi “Uno”

UNO Album Gabriele Serpe 2013
1 Goccia di luce
2 Un bilocale
3 Extraterrestre umano
4 La stanza del capo
5 Sophia
6 Alle luci accese (strumentale)
7 Marmellata cerebrale
8 La danza del fumo
9 Il filo
10 Se fossi il re
11 Uno

 

 

GOCCIA DI LUCE
Dov’eri quando la testa in piena spingeva gli argini,
si aprivano voragini, cedere al vuoto convinto di uscire.
Vorrei soltanto potere smettere di volere qualcosa,
ma un conto è intuirlo che non c’è nulla da fare
un conto è accettarlo senza dolore.
Dov’eri quando ribattevo colpo su colpo,
quando guardavo altrove, spingere in alto le goti come fa l’attore.
Quando alzavo la voce per sentirmi osservato, quando tutto sarà più chiaro,
ma un conto è intuirlo di non aver nulla da dire
un conto è accettarlo e tacere.
Tu goccia di luce ora che scivoli da me come fa la pioggia dai rovi,
tu goccia di luce ora che scivoli da me, tu che non servi a niente,
come fa la polvere riposi.
Dov’eri quando non riuscivo a dormire
senza prima trovare qualcosa da aspettare per il giorno a venire.
Quando sbattevo la testa contro il muro senza esser sicuro di voler passare oltre,
ma un conto è intuirlo di non saper dove andare
un conto è accettarlo prima di partire.
Tu goccia di luce ora che scivoli da me come fa la pioggia dai rovi,
tu goccia di luce ora che scivoli da me, tu che non servi a niente,
come fa la polvere riposi.

UN BILOCALE
Come il soldato solo in tenda la notte prima della guerra
o come il divo solo in camera prima di andare in scena:
è un bilocale la tua mente per me che vivo fuori,
una stanza dà sul mondo dell’altra non so niente.
Puoi parlare per ore non ti sto a sentire
è più forte di me mi perdo a immaginare
quel che non riesci a dire.
Prima che diventi sbaglio prima di dirmelo,
prima che diventi foglio prima di scriverlo.
Hai qualcosa che non si vede da guardare,
hai qualcosa che non accade da fotografare.
Posso parlare per ore non mi stai a sentire
è più forte di te ti perdi a immaginare
quel che non riesco a dire.
Prima che diventi sbaglio prima di dirtelo,
prima che diventi foglio.
C’è qualcosa che non si vede da guardare,
c’è qualcosa che non accade da fotografare.

EXTRATERRESTRE UMANO
Un bicchiere vuoto in mano e l’oceano intero davanti,
la sera è già tardi e si apparecchia il cielo mentre l’uomo cena.
È un patto poco chiaro il senso di colpa, la pancia della balena.
Perso il facile entusiasmo, adesso confessa
è più difficile del previsto, è un’attesa fine a sé stessa.
Un lungo blackout generale e ci ritroveremo nel buio a riempire le strade,
per rubare, per pregare, per accendere il fuoco e ricominciare
come il leone va a caccia e sa già quel che spetta alla iena,
sarà per forza cercare avanti e naturale guardarsi la schiena.
«Forse ho bevuto troppo mi sento strano»,
disse a voce bassa l’Extraterrestre Umano.
Il bicchiere vuoto in mano e ancora l’oceano davanti.
Una promessa sospesa in eterno, un sogno comune,
ma allo stadio fronte compatto, il resto dei giorni passanti
e lungo il sentiero l’uomo saluta in città ha timore si chiude.
«Forse ho fumato troppo mi sento strano»,
disse a voce bassa l’Extraterrestre Umano.
Non sarò io a fare il primo passo, a spegnere l’interruttore,
gli eroi sono mendicanti e non hanno voce per spiegare.
«Forse ho aspettato troppo ho atteso invano»,
disse a voce bassa l’Extraterrestre Umano.

LA STANZA DEL CAPO
Primo giorno di lavoro, arrivo puntuale alle otto e aspetto due ore nell’atrio che nessuno se ne era accorto.
Come sempre all’ultimo arrivato tocca il compito ingrato che nessuno ha voglia di fare:
“ci sarebbe da recapitare una lettera al capo”.
Qui ognuno fa il proprio dovere, ordini e regole da rispettare,
io eseguo e prendo l’ascensore ma giunto in cima ci sono le scale.
E ogni piano ancora le scale e file di uffici a cui chiedere invano:
chi non sa niente e chi mi risponde “devi andare su all’ultimo piano!”
Qualcuno sa chi comanda qua? la stanza del capo dov’è!
All’ennesimo ignaro impiegato: scusami tanto mi sono seccato, questa è una lettera te la do in mano consegnala al capo all’ultimo piano.
“Mi spiace ragazzo ho già molto da fare, il capo è severo devo finire”.
Non ne posso più sono stremato, non so quanti piani ho contato.
Nessuno sa chi comanda qua? la stanza del capo dov’è!
Quando avevo perso la speranza ecco che appare l ultima rampa,
soffitto scrostato, ferro arrugginito, l’ultimo ufficio la stanza del capo,
colui che decide i destini, la stanza piena di bottoni,
l’uomo che ha in mano il timone, che sceglie per tutti la direzione.
Cigola, la porta cigola, la stanza è vuota e il capo non c’è!
Nessuno sa chi comanda qua? la stanza del capo dov’è!

SOPHIA
Crede Sofia che sia un messaggio frainteso questo senso
e non sopporta Sofia la città dall’alto di notte,
come fosse un coro, le voci tutte per i fatti loro.
Non crede Sofia che ci sia una parte per lei,
guarda la nave Sofia prendere il largo,
sente l’eco assordante di chi non risponde.
Da grande Sofia riposerà in pace.
È un angelo al gelo in una coperta di lino tutto questo declino.
È tutto occupato, qui è già tutto occupato.
È tutto occupato, è già tutto.
Da grande Sofia riposerà in pace.

MARMELLATA CEREBRALE
Ripercorro i miei pensieri a ritroso, mi inciampo e mi rialzo da solo.
Controcorrente correre incontro alla cascata, fare il doppio della fatica e non arrivare mai è roba da intenditori.
Le luci artificiali decorano il paesaggio, come la torta il giorno del compleanno, soffiare con il doppio della forza e non riuscire a spegnerle è passatempo da visionari.
Ripercorro i miei pensieri a ritroso, evitando le buche per non sprofondare e ad ogni passo mi dimentico da dove sono partito, fumare hashish per fare pace con la noia è roba da creativi.
Da dove devi iniziare a contare per arrivare a zero? Dammi un indizio, sono pronto a convincermi che è tutto sbagliato, ma non darmi la soluzione, me ne sarò già andato.
Ripercorro i miei pensieri a ritroso fra pozzanghere di marmellata e gelatina cerebrale. Nulla di immediatamente riconducibile al reale. Meglio tornare al via, inizia a farsi buio, forse mi conviene voltarmi e ricominciare da capo, anche se non ricordo da dove sono partito.
Da dove devo iniziare a contare per arrivare a zero? Dammi un indizio, sono pronto a convincermi che è tutto sbagliato, ma non darmi la soluzione, me ne sarò già andato.

LA DANZA DEL FUMO
La danza del fumo che si inerpica,
nell’aria ogni punta si moltiplica,
nella stanza chiusa entra in circolo,
trova la fessura e torna libero.
La danza del fumo è così subdola,
ti imbroglia ti seduce poi ti isola.
Diventa quel che vuoi camaleontica,
la danza che ti incanta che si arrampica.
La danza del fumo che ti domina,
sinuosa nelle forme è così perfida.
Ti avvolge e poi dalle narici penetra,
scompare non si vede si dimentica.
Scompare non si vede si dimentica.
Se fossi un sentiero ti seguirei.
Vorrei che non finisse mai la danza.
La danza del fumo che si inerpica,
nell’aria ogni punta si moltiplica,
nella stanza chiusa entra in circolo,
trova la fessura e torna libero.
La danza del fumo è così subdola,
ti imbroglia ti seduce poi ti isola.
Scompare non si vede si dimentica.
Scompare non si vede si dimentica.
Se fossi un sentiero ti seguirei.
Vorrei che non finisse mai la danza.

IL FILO
Sarò è futuro non è sicuro, sono invece taglia le gambe.
Foglia di pietra sullo stomaco il vento non sa agitarti più.
Ti sei mai affidato a te stesso?
Amore taglia il filo, da solo non ci riesco.
Sarò era futuro non era sicuro, sono invece taglia le gambe.
In volo di testa dalla falce di luna e poi le vertigini dal bordo della piscina.
Hai mai avuto terrore dello strappo?
Amore taglia il filo, da solo non ce la faccio.
Chiedo scusa abitanti del mondo, la pena è un brutto sentimento
che lo specchio consegna al suo dirimpettaio come un dolce da scartare.
Hai mai demolito te stesso?
Qualcuno tagli il filo, da solo non ci riesco.

SE FOSSI IL RE
Io è la parola che uso di più anche quando parlo di te.
Io è le luminarie il 7 gennaio,
è l’autobus fuori servizio, è il dittatore di me stesso.
Fra me e te è il nostro limite, scudo invincibile.
Se fossi il re me ne fotterei del regno.
Giudice della ragione, arbitro della follia.
Punto indelebile, presenza immobile, io è il centrotavola.
Al centro del mondo, al centro dell’universo
miliardi di anime
ammassate strette e schiacciate,
pensa che traffico.
Se sarò re me ne fotterò del regno.

UNO
Quella parte di dito che manca per toccare il cielo
misura la distanza fra me e il mondo intero.
Quella parte di dito che manca per toccare il cielo
forse un punto distante, forse non indica niente.
Quello che ignoro rimane dov’è, se fossi più curioso,
potrei servire a qualcuno, potrei servire a qualcosa.
Quello che penso rimane in me, se fossi più sicuro
di servire a qualcuno, di servire a qualcosa.
Non mi fido di me. Non mi fido di te.

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